Corriere della sera
sabato, 10 aprile 1999
VIZI CAPITALI
Nucleo stabile
e strani silenzi
Dario Venegoni

Strani silenzi. Il grande giorno dell'assemblea Telecom è arrivato. La parola oggi passa agli azionisti, chiamati infine a pronunciarsi sulla più importante operazione finanziaria che abbia mai coinvolto società italiane. Approvando o respingendo le proposte del consiglio, i soci daranno anche una risposta all'Olivetti. Il bello dell'Opa è proprio questo: che a un certo punto bisogna schierarsi, o di qua o di là, una terza via non c'è. Dopo settimane e mesi di polemiche e di rettifiche, diciamocelo: ben venga la resa dei conti, e vinca il migliore. In questo confronto (non parliamo di guerra: anche quella c'è, oggi, purtroppo, ed è davvero un'altra cosa) non si sono risparmiate munizioni. Eppure, a pensarci, c'è qualcosa che stona, ed è il sostanziale silenzio di tanti componenti del cosiddetto «nucleo stabile» di azionisti, che pure sono i destinatari primi delle avances di Ivrea. Che cosa ne pensano dell'offerta dell'Olivetti all'UniCredito, alla Banca Commerciale, all'Ifil, alla Banca d'Italia, al San Paolo, all'Ina? C'è qualcuno che lo sa? Non avrebbero dovuto i maggiori azionisti esprimersi a chiare lettere, in questi due mesi?

Pane al pane. Il tempo del «buonismo» sembra finito. Colaninno dice di volere andare alla Telecom «per comandare»; Gilberto Gabrielli, della Abn Amro, dice che non esiste un'Opa «amichevole»: «Le persone possono rimanere amiche, le istituzioni non lo sono quasi mai. Quello che conta è chi comanda, chi decide». E sui giornali, sempre più di frequente (l'ultimo caso è di ieri, sul Sole 24 Ore) l'imprenditore è indicato semplicemente come «il padrone». Il contrario del «buonismo» cos'è: il «cattivismo»?


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