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Facciamo un patto. Qualcuno forse dal dibattito che ha accompagnato la «riforma Draghi» poteva aver tratto l'impressione che la nuova «corporate governance» avrebbe sancito il definitivo tramonto dei patti di sindacato. Niente di più sbagliato: cacciato dalla finestra, il sistema è rientrato alla grande dalla porta. Chi comanda nella Comit? Il patto fresco di firma tra i soci vicini a Mediobanca. Chi comanda in Mediobanca? Il patto, ovvio: le regole le sta riscrivendo il prof. Ariberto Mignoli. E alla Fiat? Di certo c'è solo che un patto tra azionisti ci sarà, e sarà diverso da quello che sta per scadere. E alla Telecom dell'era Olivetti (se nascerà)? Ci sarà un altro patto, dal quale come ha annunciato il presidente dell'Unipol Giovanni Consorte, Silvio Berlusconi sarà escluso. Epperò la legge Draghi è in vigore, e impone regole di trasparenza. E allora ecco i sottili distinguo: il patto c'è ma non si impegna; c'è ma non è un «sindacato», ma solo «di consultazione» (ma per consultarsi si deve firmare un contratto dal notaio?). Di certo queste alleanze reggono finché si è tutti d'accordo: oggi alle Generali come tanti anni fa alla Mondadori. Diciamocelo: in questo Paese ogni tanto si ha la sgradevole sensazione che non cambi mai niente. Squadra vecchia. «Squadra che vince non si cambia», ha scritto Bernabè l'altro giorno a tutta pagina sui quotidiani, vantando i buoni risultati della Telecom. Un classico autogol: se ci si ferma ai risultati di bilancio, visti i successi dei conti del '98 bisognerebbe chiedere il ritorno di Rossignolo. |
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